L’Appia Antica a Terracina da Feronia all’Epitaffio (parte prima)

Posted on 04. Apr, 2010 by Terracina Rialzati in Ambiente e Territorio, Arte e Cultura, La Città, Patrimonio artistico, Storia, Urbanistica e Mobilità

Buona Pasqua a tutti! Questa domenica speciale iniziamo il nostro lungo viaggio (diviso opportunamente in tre parti) attraverso il monumento più esteso e tra i più antichi della nostra città: la Via Appia. Costruita a partire dal 312, a.C., dal censore Appio Claudio Cieco, sovrapponendosi a percorsi già esistenti ma migliorando ed estendendo il loro tracciato, l’Appia rappresentò per la nostra città un evento epocale. Regina delle vie, lasciava Roma da Porta Capena, superava i colli laziali e, in perfetto rettilineo, attraversava la Pianura Pontina; giunta in prossimità del celebre Santuario di Feronia, ai piedi di Monte Leano, curvava (Ponte Alto) per prendere l’antica strada volsca (chiamata impropriamente consolare) lungo la nostra piana; dal 329 (vittoria romana sui Volsci) rappresentò il decumano della centuriazione della Valle, favorendo lo sviluppo urbano ordinato e funzionale della parte alta prima, e, con la variante traianea, della parte bassa dopo della città: ai suoi lati sorsero templi, fori, teatri, porti, domus, ville, edicole, santuari, archi onorari, monumenti funerari ecc. Proprio i sepolcri sono stati i solitari protagonisti di appassionate pagine nei diari dei viaggiatori che percorrevano le nostre terre; tanto che le numerose ”tombe” sorte ai lati della via Appia, durante i 2300 anni della sua storia, hanno portato alla formazione del toponimo nella zona conosciuto come ”I Monumenti”. Variamente sistemata attraverso i secoli dalle culture che si sono avvicendate, è stata abbandonata, a partire dal VI d.C., ad un lento e doloroso declino (i monumenti funerari posti ai margini delle strada sono sempre stati facili prede di spoliazioni e saccheggi di materiali preziosi ecc.). Un ultimo tentativo di sistemazione, con la costruzione del nuovo tratta dell’Appia (quello moderno che entra a Terracina e diventa Via Roma) che ricalca l’antico tracciato rettilineo proveniente dalla pianura, è stato eseguito da Pio VI alla fine del ‘700, durante la bonificazione delle Paludi Pontine e la costruzione dell’Acquedotto del Fico, lungo il vecchio tracciato della valle. Alla fine dell’800, Pio Capponi aveva proposto di valorizzare tutta l’area che partiva da Porta Romana fino al Santuario di Feronia, costituendo un Parco Archeologico.

Quello che oggi rimane è in condizione pietose: il selvaggio abusivismo ha portato al degrado completo dell’intera area, salvata solo in parte da qualche scorcio ancora suggestivo. Il documento girato testimonia l’inesistente valorizzazione della nostra Via Appia non segnata neanche da targhe commemorative in nessuna delle sue numerose soste, cancellando di fatto dalla memoria collettiva il monumento più grande e più importante della città. Ciliegina sulla torna, l’ultima distruzione documentata, avvenuta nell’aprile del ‘75 nei pressi di Porta Romana,* di una tomba a base quadrata e sviluppo circolare, abbattuta per far posto ad un ‘’superbo” esempio di edilizia privata, che ha bonificato l’area (a detta del privato esecutore) e che, ancora oggi, ”allieta” la nostra vista riscrivendo la storia e la memoria visiva del Labruzzi, l’artista che immortalò il sepolcro in una sua celebre acquerello, nel 1789. Come sempre, scopriamo cose che fanno rabbrividire, non solo per la scarsa comprensione della storia da parte della collettività, ma per la deprecabile accondiscendenza dell’amministrazione comunale che, paradossalmente, ”autorizzò” la demolizione.Tempi ormai lontani? Non tanto… Avere cura di un patrimonio come il nostro è un privilegio, difenderlo dall’oscura prevaricazione delle speculazioni private, dall’ignoranza e dall’abbandono, un DOVERE. L’articolo di oggi e il prossimo ci descriveranno la serie di monumenti funerari presenti lungo il percorso fino a Piazza Palatina. La terza parte sarà dedicata all’Appia traianea, il percorso della parte bassa, che si soffermerà sulle grandi opere urbanistiche di sistemazione della strada, in particolare il taglio del Pisco Montano, fino al ricongiungimento con il tratto superiore, che scendeva da Monte Croce sulla piana verso Fondi, all’Epitaffio, dove ancora oggi sorge un’esedra a ricordo dell’impresa. Buona visione e buona lettura a tutti.

I MONUMENTI FUNERARI**

G. Lugli, Forma Italiae, Circeii, Roma 1928, Ponte Alto

La natura dei monumenti funerari della Via Appia, a Terracina, è quanto mai varia ed interessante:1 accanto a tipi comunemente presenti nel mondo romano compaiono monumenti (ad esempio i fornici sepolcrali) la cui area di diffusione è molto più ridotta.

Lo stesso tracciato della Via, che si snoda dapprima nella Valle per poi salire fin nei pressi del tempio di Giove Anxur, proseguendo attraverso zone impervie fino ed oltre Piazza Palatina, condizionò certamente la costruzione dei monumenti posti ai lati.2 Per questo, alcuni sepolcri del ramo superiore dell’Appia presentano connotazioni particolari e differenze si colgono con gli stessi monumenti della Valle.

Va, però, notato come molti edifici funerari siano attualmente in stato di forte degrado, mancando spesso ogni traccia dell’originario rivestimento e delle eventuali decorazioni esterne. E’ del resto da sottolineare come tali monumenti siano stati sottoposti nel tempo a spoliazioni e trasformazioni di ogni genere, trattandosi di edifici posti proprio ai lati della Via, facilmente soggetti, quindi, a nuove utilizzazioni. Risulta perciò evidente come, alle difficoltà di ordine generale insite in un tal tipo di ricerca, siano da aggiungere problemi contingenti, legati alle precarie condizioni dei singoli edifici, in molti casi,. per di più, parzialmente interrati o fittamente ricoperti di vegetazione.3

Non trascurabile, da ultimo, il progressivo sviluppo edilizio che tuttora coinvolge alcune delle zone prese in esame, provocando in diversi casi un graduale inserimento entro costruzioni moderne di edifici sepolcrali di cui, spesso, viene posta in pericolo la stessa sopravvivenza.

Nel 312 a. C. il passaggio della Via Appia -costituì per Terracina un avvenimento di portata eccezionale.
Nel suo tracciato originario, dopo aver oltrepassato il territorio pontino con un tratto perfettamente rettilineo, 4 la Via si riallacciava alla precedente strada volsca (impropriamente detta, un tempo, «Consolare») ai piedi del Monte Leano. Attraversata la Valle, l’Appia saliva all’interno della città, passava per il colle S. Francesco, arrivava nelle vicinanze del santuario di Giove Anxur e, dopo aver oltrepassato Piazza Palatina, scendeva verso Fondi.

Come è noto, la variante traianea, con il taglio del Pisco Montano, permise un transito più agevole, evitando il passaggio per i monti. Infatti, nei pressi della località in cui sorgeva l’Arco di S. Caterina, poco fuori l’attuale Porta Romana,5 il nuovo percorso, inoltrandosi nella parte bassa della città e costeggiando il Monte S. Angelo, si dirigeva, in piano, verso Fondi.6 I due tratti si riunivano al km. 108 circa della strada attuale, dove ancora oggi è visibile l’esedra in opera quadrata eretta da Traiano a ricordo dell’impresa.7

Fig. 1 - La Via Appia inferiore in un acquerello di C. Labruzzi del 1789 (Archivio fotogr. Archeoclub di Terracina).

Ai lati della Via sorgevano, numerosissimi, monumenti funerari, «quo praetereuntis admoneant et se fuisse et illos esse mortalis».8
Il primo tratto dell’Appia, da Roma a Bovillae, è stato, notoriamente, oggetto dí scavi, ricerche, studi: altrettanto non può dirsi per la zona in questione, almeno per il periodo anteriore al 1926, anno in cui Giuseppe Lugli pubblicò il primo volume della Forma Italiae, che comprende proprio Terracina ed il suo territorio. Non si ha notizia, inoltre, di scavi sistematici relativi alla Via ed ai monumenti funerari adiacenti, tanto che i pur numerosi ritrovamenti sono stati sempre del tutto occasionali.

E’ evidente, comunque, come l’Appia sia qui ricca di testimonianze monumentali: si consideri, ad esempio, il tratto che, dopo il colle S. Francesco, si inerpica sul Monte S. Angelo e poi arriva fino a Piazza Palatina.

Nella Valle, poi, si conserva il toponimo di contrada «I Monumenti»,9 che rivela l’importanza e la consistenza dei resti archeologici ivi disseminati (e non solo lungo l’Appia). Al contrario, la variante traianea della Via, dopo il taglio del Pisco Montano fino all’Epitaffio, non presenta ai lati che pochissimi resti di monumenti funerari, fatto dovuto senza dubbio alla posizione, ai danni ed ai molti restauri subiti dalla strada nel corso dei secoli.10

Per quanto riguarda le gentes11 più eminenti della città, proprietarie di ville e sepolcri posti nelle sue vicinanze ed in particolare nei punti della Via Appia sopracitati,12 si può risalire ad esse sulla base delle molte epigrafi rinvenute un po’ ovunque. E’ necessario altresì precisare che la provenienza di diverse iscrizioni è controversa o addirittura ignota e che di alcune non si ha più traccia.

Tra coloro che, in età repubblicana o agli inizi dell’impero, dovettero possedere un sepolcro nelle immediate vicinanze dell’Appia, nella Valle e fino al suo ingresso in città, possiamo ricordare i liberti della gens Curtia (prima di Porta Romana),13 le gentes Aemilia, Antonia, Egnatia, Manilia, Marcia, Octavia, Refria, Domitia, Sarronia.14 In epoca imperiale troviamo i Cocceii,15 gli Atabii, i Cessitii, la gens Iulia, gli Obinii, i Terentii, ecc.16

Numerose iscrizioni, poi, provengono dalla strada un tempo detta « del Ritiro » e dalle sue adiacenze, e si riferiscono quindi a tombe dell’Appia superiore. Sono qui attestate le gentes Furia, Maiania, Marcia, Pollia, Pomponia, Laelia, Propertia, in età repubblicana o poco dopo,17 successivamente gli Iunii, gli Otacilii18 ed i Verrii.19
Lungo l’Appia traianea, nei pressi del Pisco Montano, si sono rinvenute iscrizioni relative alle gentes Aemilia,20 Lucretia, Iuventia,21 Claudia,22 mentre un sarcofago, fuori Porta Napoletana, menzionava la gens Scutia.23

Pochissimi sono i casi di epigrafi trovate nei pressi del monumento. Molte iscrizioni sono oggi conservate nel Museo di Terracina, che contiene anche diverse statue probabilmente provenienti da tombe poste lungo l’Appia nel tratto della Valle ed una rinvenuta lungo la Via Appia superiore.

Tra i documenti epigrafici più interessanti va segnalato, inoltre, un decreto dei pontefici dalla località «Scifelle», su un problema di diritto funerario.24
Quanto alla dislocazione delle sepolture, il Contatore riferisce che i defunti venivano seppelliti fuori della città in un luogo denominato volgarmente «gli Monumenti», contrada che, come si è ricordato, tuttora conserva tale denominazione.25

Fig. 1 - Sepolcri a podio lungo l'Appia inferiore (Archivio fotogr. Archeoclub di Terracina).

Con l’andar del tempo, l’Appia, che nel tratto pontino era stata oggetto di consistenti lavori di restauro da parte di alcuni imperatori, decadde. Il rettifilo pontino, ormai completamente invaso dalle paludi,26 cominciò ad essere sostituito dall’antico percorso pedemontano, ma dal fanum Feroniae a Terracina, nella Valle, il vecchio tratto dell’Appia continuò a funzionare.

Anche il tracciato traianeo, dopo il Pisco Montano, subì un progressivo deterioramento dovuto agli «assalti» del mare da un lato ed alla caduta di massi dal Monte S. Angelo dall’altro. In tali condizioni è facile supporre quale fosse lo stato di rovina e di abbandono dei monumenti collocati lungo la Via.

Agli inizi del VI sec., Teodorico, nel corso dei lavori che portarono al ripristino dell’Appia, avrebbe distrutto tutti i sepolcri che fiancheggiavano la Via oltre il colle S. Francesco.27 Da non tralasciare, infine, i gravissimi danni prodotti dai Goti, come ricorda il Contatore, che parla della rovina di iscrizioni funerarie e di altre testimonianze del passato.28

Nei secoli dell’Alto Medioevo furono edificate nei dintorni della città molte chiese rurali e cappelle che, in genere, si insediarono entro tombe dell’Appia e di antiche vie limitrofe: degne di menzione, in particolare, la Madonna della Cerqua (o Quercia), la Madonna di Costantinopoli, S. Caterina.29

Fig. 2 - I due grandi sepolcri dell'Appia nella Valle in un acquerello di C. Labruzzi del 1789 (Archivio fotogr. Archeoclub di Terracina).

Una diversa utilizzazione mostra di aver subito la tomba circolare posta fuori Porta Romana, nei pressi della chiesa della Madonna delle Grazie. Anche solo ad un primo, superficiale esame appare evidente come, nel Medioevo, il sepolcro sia stato trasformato in torre. Il Contatore, inoltre, parlando della chiesa, afferma che un tale D. Bruna, nell’anno 1215, durante il pontificato di Innocenzo III e con il consenso del vescovo di Terracina, donò alla chiesa di S. Maria della Basilica Nuova l’orto situato «adfoveas»; nel periodo successivo al pontificato di Clemente IV, l’Archipresbitero della chiesa di S. Cesareo, D. jacopo, diede in enfiteusi la torre della chiesa di S. Maria della Basilica Nuova (detta volgarmente «Madonna Nova» o «Madonna delle Grazie»).30

Questa testimonianza è di particolare interesse in quanto l’Autore ha potuto consultare antichi documenti d’archivio. Ma il sepolcro potrebbe aver avuto, anche, una utilizzazione come eremo: nel Catasto Piano della prima metà del XIX sec. è nominato, infatti, come «Casa per l’Eremita».31 Tale ipotesi è avvalorata dalla presenza, nelle vicinanze, di un’altra chiesa, oggi scomparsa, dedicata a S. Antonio Abate,32 ancora visibile ai primi del ‘700, pare che in essa dimorassero alcuni monaci di ordine ignoto,33 Secondo il Pratilli, che ne vide «le vestigie», presso la chiesa, però, «egli è fama, che abitassero i Romiti, o sien Monaci da questo Santo Anacoreta instituiti».34

Tranne questo caso particolare, comunque, riesce difficile seguire le vicende dei monumenti funerari dell’Appia durante il Medioevo e nei secoli immediatamente successivi.

Con il XV sec. iniziano le testimonianze di viaggiatori ed eruditi che transitarono per Terracina soffermandosi, in molti casi, sui monumenti più signicativi.35 Nel ‘500 Leandro Alberti descrive il tratto pontino della Via Appia: «Quivi si vede la via Appia, che da Roma trascorre à Brindisi. La qual è per maggior parte rovinata per la forza de i Paludi. La onde è necessario à quelli, che vogliono passare da Roma a Napoli di pigliare il viaggio alla sinistra della detta via, la quale è vicina à Terracina per maggior parte elevata (…)»;36 nota inoltre che «Lungo questa via da ogni lato si vedono vestigi d’antichi sepolchri, et chi iutiero, et chi mezo, roinato, et di chi i fondamenti».37

Fig. 5 - Sepolcro circolare presso la chiesa di S. Maria delle Grazie (foto D. D'Elia).

Nel corso del secolo seguente tali testimonianze sullo stato della Via e sulle rovine di quei monumenti che destavano l’attenzione dei viaggiatori aumentano considerevolmente.38 In particolare sono da menzionare J. Blaeu, che descrive, da una parte e dall’altra, l’Appia adorna di sepolcri ed edifici,39 ed A. Kircher, autore di un’opera sul Lazio.40

Alla prima metà del secolo appartiene un documento di grande interesse: la mappa di Domenico Parasacchi sulla Via Appia, in cui sono segnalate alcune «anticaglie» della zona in esame, come, ad esempio, i due sepolcri monumentali della Valle.41

Agli inizi del XVIII sec. molti resti erano ancora visibili anche nel tratto sommerso della Via, da Forum Appii a Terracina. Dal tempio di Feronia fino alla città, per tre miglia, sono ricordati edifici, monumenti ed i sepolcri con le epigrafi di alcune gentes, come la Scutia, la Nasernia, la Iulia.42

Una descrizione accurata della Via ed un cenno ai cospicui resti monumentali che la ornavano, con la menzione di numerose epigrafi visibili al tempo, si trova nel più volte citate D. A. Contatore, primo storico della città, il quale informa che, presso Terracina, la strada romana si conservava maggiormente integra che in qualsiasi altro luogo.43 Pari importanza rivestono le dichiarazioni del Pratilli, autore, com’è noto, di un’opera sull’Appia, ma anche in questo caso c’è piuttosto la generica menzione di edifici, sepolcri ed are che una descrizione precisa degli stessi.44

Il tratto in questione dell’Appia è invece descritto in modo vivace e puntuale da C. de Brosses: «Da ambedue i lati correva un marciapiede di pietra di taglio dura, per i pedoni, il quale nello stesso tempo formava due parapetti o contrafforti che impedivano alla muratura della strada di allargarsi. Lungo tutta la strada, ad ogni cento passi, si trovava alternativamente un banco per sedere o una colonnetta per montare a cavallo; infine, la fiancheggiavano di tratto in tratto mausolei, tombe o altri edifici pubblici, dei quali si vedono ancora numerose rovine. La via è stretta; nei luoghi dove si sono conservati i due marciapiedi, due delle nostre grandi carrozze non passerebbero comodamente. (…) Sono ben quindici o sedici secoli che non soltanto non riparano questa strada, ma anzi la distruggono quanto possono. I miserabili contadini dei villaggi circostanti l’hanno squamata come una carpa, e ne hanno strappato in moltissimi luoghi le grandi pietre di taglio, tanto dei marciapiedi che del selciato. (…) nei posti che non sono stati sbrecciati, la via è liscia, piana come un tavolato, e perfino sdrucciolevole per i cavalli i quali, a forza di battere quelle larghe pietre, le hanno quasi levigate, ma senza bucarle. (…) Tuttavia, nonostante vi si passi sopra da tanto tempo, senza riparare né aggiustare nulla, la massicciata non ha smentito le sue origini. Non ha che poche o punte rotaie, ma solo, di tanto in tanta, buche piuttosto brutte. (…) Siccome la strada che si fa oggi per andare a Capua non è più esattamente la stessa che seguivano i romani, ci si distacca più volte dalla via Appia e più volte ci si ritorna».45

Fig. 5 - L'Appia nella Valle in una foto degli inizi del '900 (da AA.VV., La Via Appia a Terracina, Casamari 1988).

Tali descrizioni trovano preciso riscontro nei disegni eseguiti da C. Labruzzi quando, nel 1789, in compagnia di Sir R. Colt Hoare ripercorse il viaggio compiuto da Orazio nel 38 a. C.46 A partire dal fanum Feroniae, Labruzzi disegnò alcuni tra i più notevoli monumenti della Via Appia nella Valle, compreso un grande sepolcro quadrato poi scomparso: a ridosso del Monte Leano la Via appare conservata magnificamente. Sono documentati, inoltre, numerosi resti dell’Appia superiore, soprattutto nei pressi di Piazza Palatina, e la grande esedra traianea al congiungimento dei due tracciati.47 Un sepolcro, l’edicola posta alle pendici del Monte S. Angelo, è inoltre rappresentato in un’incisione, di poco posteriore, di C. Antonini su disegno di F. de Capo.48

Nella seconda metà del ‘700 si compie l’impresa di bonifica della palude ad opera del papa Pio VI.49 Uno dei risultati più importanti allora ottenuti fu «il ripristinare la via Appia per tutto quel tratto, che da lunga età era guasto, e sommerso nelle paludi».50 Di particolare interesse è, in questo ambito, l’editto promulgato dal Cardinale Pallotta poco dopo l’inizio dei lavori, teso a porre un freno alla scomparsa, vendita o distruzione dei numerosi oggetti rinvenuti durante gli scavi: «medaglie, corniole, carnei, amatisti, metalli, marmi, bassorilievi, statue, intagli, iscrizioni tanto intere, che in qualunque maniera tronche, ed imperfette, ed altre antichità di ogni sorta (…)».51

Nell’800 continuano le testimonianze dei viaggiatori,52 compaiono i primi studi critici sulle antichità di Terracina e, dalla metà del secolo all’incirca, le segnalazioni di ritrovamenti archeologici trovano spazio nelle apposite pubblicazioni; numerose sono anche le stampe e le incisioni sulla Via. A questo proposito è da ricordare in particolare L. Rossini che, nel suo Viaggio pittoresco da Roma a Napoli, riproduce l’edicola sepolcrale già rappresentata da Labruzzi e da Antonini.53 Un’altra stampa contenuta in quest’opera raffigura i due sepolcri posti prima di Porta Romana.54

Non molti cambiamenti si notano, rispetto al tempo del Labruzzi, nel sepolcro circolare; pressoché identica è la situazione della seconda tomba, recentemente distrutta per far posto ad un edificio.55 Nella zona compresa fra Terracina e Fondi, poi, Rossini riprodusse un monumento piuttosto singolare.56

Quanto ai numerosi ritrovamenti segnalati in questo periodo, è da dire che essi avvennero in seguito a lavori agricoli, sistemazioni stradali, costruzioni di acquedotti o altro e che, in molti casi, al rinvenimento fece seguito la distruzione dell’oggetto. A puro titolo di esempio valga la notizia del ritrovamento di una «Cassa di Pietra rinvenuta (…) in Contrada la Madonnella», contenente terra e piccoli frammenti di ossa, poi tagliata al fine di essere riutilizzata.57

Intorno alla metà dello stesso secolo avvenne la scoperta di «varii monumenti, come a dire un bel sarcofago pertinente ai coniugi L. Scutio Salvio CACCABus ed a Scutia Prima liberti parimenti di Lucio (…)».58

Successivamente, durante la costruzione dell’acquedotto in località «i Monumenti», l’ispettore Pio Capponi poté osservare un tratto dell’Appia riportato alla luce in seguito aí lavori. Si rinvennero, inoltre, «monete e suppellettile funebre, appartenente a tombe che costeggiavano la via» ed una iscrizione della gens Aemilia.59

La relazione di Pio Capponi «sugli scavi municipali eseguiti ai fianchi dell’Appia» costituisce una testimonianza preziosa: «apparvero una quantità indescrivibile di tombe, l’una a fianco dell’altra, formate da grosse tegole messe come suol dirsi a cappuccina; ciascuna di essa conteneva gli avanzi di un defunto, e qualche volta di due. Tra le tante se ne scoperse una rivestita in piombo, che l’avidità dei lavoranti, nella speranza di trovarvi qualche tesoro, distrusse interamente. La lastra di piombo era erta di circa 4 millimetri, e gli angoli della cassa non erano saldati, ma bensì ripiegati e fermati da chiodi -ribattuti da ambe le parti. Presso i cadaveri furono ritrovati moltissimi lagrimati, lumi eterni, monete, quasi tutte dell’epoca degli imperatori, ed altre suppellettili funebri che, per mancata sorveglianza, e massime per clandestino smercio, si sono quasi tutte perdute».60

Nel 1890, ancora a seguito di lavori, questa volta compiuti per la costruzione della stazione ferroviaria, si rinvenne un edificio con un ambiente a pianta circolare, coperto a volta e dotato di sette nicchie alternativamente circolari e rettangolari, nel quale il Borsari identificò un ninfeo riadoperato come sepolcro:61 dell’edificio, oggi non più visibile, restano i rilievi eseguiti dall’ispettore F. Liberati.62 Nella stessa occasione fu scoperto anche materiale archeologico di grande importanza.63

Sempre nei pressi della stazione, in seguito, il Borsari segnalò, tra l’altro, «nei tagli delle terre, considerevole quantità di ossa cremate, di rottami di embrici, di anfore e tasselli bianchi e neri, di pavimenti a mosaico» e «due sepolture formate coi soliti tegoloni a capanna, ed una terza consistente in una grossa anfora, quasi integra, entro cui erano le ossa, scomposte, dello scheletro».64

Acquatinta di Carlo Labruzzi del 1789. Sullo sfondo, l'Arco di S. Gregorio, sistemato come nuovo ingresso della città, poco prima della costruzione della nuova porta (Lugli 1967)

Oltre alla Valle, cui si riferiscono questi ed altri ritrovamenti,65 anche altre zone diedero luogo a notevoli scoperte.66 Alla fine dell’800, in particolare, in località «Mola Canneto», fuori Porta Napoletana, durante «lavori di allargamento» della via si rinvenne un sepolcreto posto sul lato sinistro dell’Appia.67 Le tombe erano formate da «tegole bipedali» e sopraelevate dal piano della strada con un muro in reticolato alto circa due metri, tuttora visibile. In quella stessa circostanza, poco lontano, fu scoperta un’epigrafe.
Agli inizi del ‘900, in località «Acquasanta», circa 200 metri dopo Torre Gregoriana, venne alla luce un sepolcreto, non esplorato completamente, che si estendeva «per oltre 50 m. lungo la via».68 La datazione è fissata da O. Nardini a dopo il 183 d. C. per il rinvenimento di alcune monete dell’età di Commodo.

Nello stesso periodo, in località «Mellone», lungo il tratto della Via nella Valle, fu scoperto «un sepolcro antico inesplorato; in questo un’urna di marmo con iscrizioni, e dentro altra piccola urna di vetro coperta da pietra grezza; urna di cristallo del diametro di 30 per 35 cm. a bordo netto con due maniglie doppie col gomito in mezzo, a forma di arciola comune, cristallo a vetro bluastro chiaro con leggero patino interno e sartoro esterno, alla base di circa 15 cm.»69

Con l’avvento della fotografia un nuovo tipo di documentazione si è aggiunto a quella tradizionale: tutta una serie di immagini attesta quale fosse, fino a qualche decennio fa, il perfetto stato di conservazione della Via la situazione dei sepolcri che la fiancheggiano.70 Nella Valle essa appare molto ben conservata ed altrettanto può dirsi del tratto dell’Appia superiore.71 Quanto al percorso traianeo, come si è detto, la particolare posizione e le vicende storiche hanno accelerato il processo di distruzione della Via e dei monumenti adiacenti.72

Anna Rita Mari


[*][...]Per finire, nell’aprile del 1975 fotografai alcuni sepolcri ancora esistenti sul margine sinistro della Via di S. Gregorio, o Via di Porta Romana (tale via ricalca l’antico percorso dell’Appia prima del suo ingresso a Terracina), e più precisamente: a) un sepolcro in forma circolare su base quadrata, alt. m. 8, dim. m. 6 in opera a sacco; b) un sepolcro in nucleo cementizio e opera quadrata di m. 2,90 x 1,60, attiguo al precedente. Quest’ultimo (la foto è dell’aprile ‘75) è stato distrutto per far posto alle fondamenta di una palazzina privata. Entrambi i monumenti, dei primi tempi dell’Impero, furono dipinti su acquerelli, sul finire del secolo XVIII, da C. Labruzzi che, con Sir Richard Colt Hoare, rifece il viaggio che Orazio compì con Mecenate e Cocceio, lungo la via Appia nel 38 a.C. e descritti dal Lugli. (U. B., Alcune novità epigrafiche e topografiche a Terracina, in Bollettino dell’Ist. di Storia e di Arte del Lazio Meridionale, VIII,2, 1975.) Umberto Broccoli capitò per caso quel giorno a Terracina e si stupì degli operai che demolivano il monumento. In Comune potè solo constatare il rilascio dell’autorizzazione, in un momento in cui i Beni Culturali non supervisionavano a dovere questi luoghi. Oggi Broccoli si trova alla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma.

U. Broccoli, foto del sepolcro romano distrutto.

[**] Questo studio prende l’avvio dalla tesi di laurea da me condotta per la Sezione di Archeologia greca, romana e tardo-antica del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Roma «La Sapienza ». Desidero ringraziare il prof. Sandro Stucchi ed il prof. Patrizio Pensabene per avere seguito la ricerca. Un ringraziamento particolare va a mio marito, Fabio Minotti. per il prezioso aiuto fornito nell’esecuzione dei rilievi e per la documentazione fotografica. Ringrazio, inoltre, il dott. Rosario Malizia per la costante e fattiva collaborazione nelle ricerche bibliografiche e d’archivio, nell’esecuzione dei rilievi e nella schedatura dei monumenti: il dott. Pietro Longo per la segnalazione di notizie d’archivio e per l’aiuto prestato nel corso della catalogazione; mia sorella, Manuela Mari, per la collaborazione fornita, in particolare, nell’esecuzione dei rilievi: il dott. Giovanni Pesiri e la dott.ssa Bruna Angeloni per i suggerimenti nelle ricerche archivistiche; le dott.sse Albarosa Marigliani e Gigliola Marrocco, dell’Ufficio BB.CC. del Comune di Terracina, per la loro disponibilità; il disegnatore Tommaso Semeraro per gli utili consigli forniti; gli archh. Paolo e Mirella Tramonti per la cortesia dimostrata. Colgo l’occasione. infine, per esprimere i miei ringraziamenti agli abitanti delle zone prospicienti la Via Appia, i quali, con la loro disponibilità, mi hanno permesso di svolgere il lavoro, consentendomi l’accesso alle loro proprietà e fornendomi, in qualche caso, indicazioni e notizie di grande interesse.

Il saggio è apparso originariamente su AA.VV. La Via Appia a Terracina. La strada romana e i suoi monumenti, Studi in occasione del 23° centenario dell’Appia, Casamari 1988.

[1] Molto significativi sono anche alcuni tra i sepolcri che non si affacciano sulla Via, ma sorgono in zone più interne: cfr. LUGLI 1926, c. 28, n. 10, cc. 33-34, n. 17, cc. 35-36, n. 22, cc. 36-37. n. 25. c. 42. nn. 36-37 (stele sepolcrale) e n. 38 (sarcofago), e. 43, n. 39. c. 181. n. 1: La Valle 1983, p. 29 ss., nn. 32, 40, 41, 43. 45. 46. 47. 48. 59, 60.
[2] Nulla o quasi è possibile affermare circa i sepolcri del tratto traianeo, poiché pochissimi sono i resti conservati: v. infra. pp. 62-63.
[3] L’analisi dei monumenti non può giovarsi dell’apporto di dati provenienti da scavi sistematici: se nella maggior parte dei casi i sepolcri conservano il solo nucleo in cementizio, per alcuni di essi un più approfondito esame potrebbe far emergere elementi interessanti. Al riguardo v.. ad esempio, i sepolcri nn. 2 e 15, nei quali una superficiale pulizia ha posto in evidenza particolari di un certo rilievo.
[4] E’ questo il tragitto compiuto nel 38 a. C. da Orazio: fino al fanum Feroniae in barca, poi percorrendo nuovamente la Via (HOR.. Sat. I, V).
[5] Cfr. REMIDDI 1911, p. 64 ss.
[6] Sul tracciato della Via Appia cfr. CASTAGNOLI 1956 (in particolare per il primo tratto); STERPOS 1966: CASTAGNOLI 1969: RADKE 1981, p. 134 ss.: ESCH 1988 (con bibliografia precedente).
[7] Cfr. LUGLI 1926. cc. 215-216. n. 54.
[8] VARR., De lingua Lat. VI, 49.
[9] Cfr CONTATORE 1706, p. 161: PRATILLI 1745, p. 126.
[10] Il percorso attuale della Via si discosta in alcuni tratti dall’antico: cfr. LUGLI 1926, cc. 212-213, 214-215, 217.
[11] Cfr., in particolare, LA BLANCHÈRE 1881a, p. 58 ss.; LA BLANCHÈRE 1884, p. 58 ss., p. 86 ss., p. 94 ss.: BIANCHINI 1972 (II ed.), p. 54 ss. Sulle gentes più in vista di Terracina, tra le quali andrebbero ricercati i committenti del santuario posto sulla sommità del Monte S. Angelo, v. COARELLI 1987, p. 113 ss.
[12] Cfr. inoltre HESNARD-LEMOINE 1981. per i rinvenimenti di anfore nella zona successivamente attraversata dall’Appia traianea, ove erano vasti possedimenti fondiari (sullo stesso argomento v. anche HESNARD 1977). V.. però, intra. p. 85, nota n. 34.
[13] Per le epigrafi relative cfr. BROCCOLI 1982, pp. 25-26, nn. 15-16.
[14] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884, p. 65 ss e p. 86. Per l’iscrizione in cui compare un Antonius Privatus. cfr. BROCCOLI 1982. p. 30, n. 22. In riferimento ad un’epigrafe relativa agli Aemilii (CIL X. 6343: Additamenta, p. 984), ritrovata sull’Appia, v. infra p. 26, nota n. 59: cfr. inoltre, LA BLANCHÈRE 1881a, pp. 38-39. n. 2. Sull’epigrafe dei Marcii (CIL X, 6376; Additamenta, p. 984), proveniente dalle « Prebende ». cfr. LA BLANCHÈRE 1881a, p. 40, n. 3.
[15] Per l’iscrizione (CIL X. 6356). cfr. LA BLANCHÈRE 1881a, pp. 40-41. n. 5; v., inoltre. LA BLANCHÈRE 1884, p. 95; LUGLI 1926, c. 6, nota n. 4. Sul rinvenimento dell’epigrafe v. infra. p. 26. nota n. 65 (per un’altra interessante testimonianza sui Cocceii. cfr. BROCCOLI 1978. p. 230 ss.).
[16] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884. p. 94 ss. Per le epigrafi corrispondenti (rispettivamente CIL X. 6347; CIL X, 6354; CIL X, 6338: CIL X. 6382; CIL X. 6398: Additamenta, p. 984) cfr. BROCCOLI 1982, p. 23, n. 12 (Atabii), p. 24, n. 14 (Cessitii), p. 27, n. 18 (gens lulia). p. 29. n. 21 (Obinii), p. 30, n. 22 (Terentii). Sulle iscrizioni nn. 14. 18. 22 cfr. inoltre SOLIN 1985. p. 195.
[17] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884. p. 67 ss. e pp. 88-89; per l’epigrafe della gens Pomponia (CIL X, 8264). cfr. BROCCOLI 1982. p. 75, n. 98 (per un’altra Iscrizione relativa alla gens Marcia. cfr. BROCCOLI 1978, pp. 234-235).
[18] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884. p. 96. Per le iscrizioni corrispondenti (rispettivamente CIL X. 8402a e CIL X. 8404) cfr. BROCCOLI 1982, pp. 27-28, n. 19 (il cippo, però, pur provenendo dalla «via del Ritiro», è inserito tra i «Rinvenimenti dalla Valle di Terracina») e pp. 75-76, n. 99. Sul cippo n. 19 cfr. inoltre SOLIN 1985. p. 195.
[19] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884. p. 98. Un’iscrizione dei V errii è stata recentemente rinvenuta «lungo la via panoramica»: LONGO 1983-84. p. 333, n. 26.
[20] Per il sarcofago con l’iscrizione pertinente alla famiglia (CIL X. 6344), cfr. BROCCOLI 1982, p. 54, n. 62; SOLIN 1985, p. 197.
[21] Cfr. LA BLANCHÈRE 1884. rispettivamente p. 68 e p. 73.
[22] Sull’iscrizione, cfr. BROCCOLI 1982, pp. 54-55; n. 63: SOLIN 1985. p. 197.
[23] CIL X. 6390; cfr. inoltre. LUGLI 1926, e. 213, nota n. 1.
[24] CIL X. 8259: cfr. LA BLANCHÈRE 1881a, p. 44 ss. n. 9: MOMMSEN 1881. p. 63; LA BLANCHÈRE 1881a, Addenda, p. 250 ss.; LA BLANCHÈRE 1884, p. 144: LUGLI 1926, c. 41, nota n. 1; LUGLI 1940. p. 15, nn. 12-13.
[25] CONTATORE 1706. pp. 161-162: «Defunctorum cadavera, ut in propatulo est, non intra, sed extra ipsorum Urbem tumulabantur in loco, qui hactenus appellatur volgo (gli Monumenti) hac vero lege. ut infimae fortis, ac inferioris notae homines hic tantum, caeteri vero nobili sanguine prognati ad libitum alibi sepelirentur propter magnifica atavorum, proavorum monumenta, quorum vestigia passim per Viam Appiam, ac proximos colles visuntur».
[26] Vastissima è la bibliografia sulle Paludi Pontine. Particolare interesse. soprattutto per le notizie riguardanti Terracina, rivestono i seguenti studi: BOLOGNINI 1759: NICOLAJ 1800: PRONY 1822: BERTI 1884; CROCI 1904; REMIDDI 1911; ORSOLINI CENCELLI 1934: DILKE 1961. Su paludi e bonifiche nell’antichità, v., da ultimo, TRAINA 1988.
[27] Cfr: LA BLANCHÈRE 1884. pp. 169-170.
[28] CONTATORE 1706, p. 37. Una testimonianza sullo stato di efficienza dell’Appia in questo periodo è in PROCOP., De bello Goth. I, 14.
[29] Cfr. LA BLANCHÈRE. 1881a. p. 37 e LA BLANCHÈRE 1884, pp. 181-182. Anche l’attuale Porta Romana, secondo questo Autore, sarebbe edificata, in parte, su un monumento funerario romano. il più grande costruito nei pressi di Terracina, mentre un bastione delle mura del Monte S. Angelo si sarebbe sovrapposto ad una tomba antica: v. LA BLANCHÈRE 1881a, p. 42 e LA BLANCHÈRE 1884, p. 204, n. 25. Diversamente in LUGLI 1926.• rispettivamente cc. 67-68 e c. 157, b: v. anche cc. 74-75. n. 14 e infra, p. 83 nota n. 5. Molti edifici, come è noto, furono inoltre oggetto di spoliazioni: all’interno della Cattedrale sarebbero «lastre di marmo tolte a sepolcreti» (AURIGEMMA-BIANCHINI-DE SANTIS 1966 – II ed., p. 41).
[30] CONTATORE 1706, p. 343: « De ea [la chiesa di S. Maria della Basilica Nuova] frequens est mentio in antiquis scripturis Terracinen. Hinc legimus D. Bruna Anno Domini 1215 tempore Innocentii III. cum consensu Simeonis Episcopi Terracinen. donasse Ecclesiae S. Mariae Basilicae Novae ortum positum adfoveas, et sede vacante post Clementem Quantum D. Jacobum Archipresbyterum Ecelesiae S. Cesarii Terracinen. una cum Canonicis dedisse in emphiteusim Turrim Ecclesiae S. Mariae Basilicae Novae ».
[31] ASL. FC, Catasto Pontificio di Terracina. Copia del Brogliardo della stima urbana della Città e ristretti della Comunità di Terracina, n. di mappa «D», n. progress. 1465. Il catasto, del 1822. è stato successivamente aggiornato. In CANINA 1856, tav. CXCVII, l’edificio è indicato come «Sepolcro»; in una pianta del 1853, conservata in ASL. ACBP. cart. n. 9. la dicitura è invece «Avancorpo antico di monumento lungo l’Appia».
[32] S. Antonio Abate fondò un ordine di eremiti, detti anche «cenobiti», «perché menavano la vita in comunità»; cfr. MORONI 1840. s. v. Anacoreta.
[33] CONTATORE 1706, pp. 342-343.
[34] PRATILLI 1745, p. 121. Per le norme che regolavano la vita di questi eremiti, cfr. Conciliunt Romanum 1725. pp. 86-87 ed Appendice XXI, p. 306 ss.
[35] In particolare v. BIONDO 1547. pp. 98-99 (anche se non riporta notizie di alcun genere sui monumenti sepolcrali della Via).
[36] ALBERTI 1577, p. 135 (verso).
[37] ALBERTI 1577, p. 136 (recto).
[38] Nel corso del XVI secolo si pongono, in particolare, le testimonianze di G. Fabricius (FABRICIUS s. d., p. 18). S. V. Pighius (PIGHIUS 1587, p. 433 ss.) e A. Buchellius (BUCHELLIUS 1902, p. 112 ss.). Di notevole rilievo sono, inoltre. gli «itinerari» per viaggiatori, fioriti a partire dalla fine del secolo, tra cui si collocano le guide di F. Schott (SCHOTT 1600, p. 342 ss.) e J. H. Pflaumern (PFLAUMERN 1628, p. 416 ss.), per i giubilei rispettivamente del 1600 e del 1625. Grande importanza riveste anche l’opera di M. Misson (MISSON 1691, p. 255 ss.), per il viaggio compiuto sul finire del XVII secolo. Sull’argomento cfr. STERPOS 1966. p. 121 ss e passim. Da segnalare inoltre le opere di F. Cluverius (CLUVERIUS 1624, p. 1009 ss.), J. Hondius (HONDIUS 1626, pp. 167-168) e T. Valle (VALLE 1637, p. 72 ss.). per non citare, poi. le trattazioni specifiche sulla Via, come ad es. quella di N. Bergierius (BERGIERIUS 1699. cc. 687-688). In nessuno degli autori elencati è però possibile rinvenire la descrizione o anche solo la menzione di particolari sepolcri visibili nella zona di Terracina. In un disegno degli Uffizi di Antonio da Sangallo il Giovane, vissuto tra il XV ed il XVI secolo. è invece raffigurato un sepolcro che il Lugli ritiene situato lungo l’Appia (LUGLI 1926. c. 92, tav. VII, fig. 2). Si tratta. invece, della tomba di Ummidia Quadratilla a Cassino: cfr. VASORI 1981. p. 123.
[39] BLAEU 1663, p. 175: «hinc atque hinc aedificiorum ac sepulchrorum crebra ac clara monumenta, quibus ea ornatissima fuit».
[40] KIRCHER 1671, p. 25 ss. (per Terracina) e p. 247 ss. (per l’Appia nella zona).
[41] In FRUTAZ 1972. tav. 85.
[42] CORRADINI 1705, pp. 211-212: «Ab eo situ [Forum Appii] Terracinam usque miserandae ejus viae sparsim in aquis cernuntur reliquiae cum mausoleis, sepulchris, aediculis, villis, pontibus, atque praetoriis dirutis, quibus ab utroque latere quondam magnificentissime fuit exculta (…) Ab istius modi aede [Divae Feroniae] Terracinam usque, et sic spatio trium lapidum plura excitata videbantur ab utroque Appiae latere mausolea, et praetoria: monumenta nempe Scutiae gentis cum epigraphe Naserniae (…) Et Juliae, fortasse ejus, ex qua ortus est T. Julius Paetinus Bassianus, quem (…) memoravimus patronum coloniae Terracinensis».
[43] CONTATORE 1706. p. 319: «Porro regina viarum Appia. quae nullibi magis integra. quam apud Terracinam observatur (…) ». Sulla Via v. p. 319 ss.
[44] PRATILLI 1745. p. 114 ss. L’Autore menziona, tra l’altro, alcuni lavori compiuti nel 1725 per sistemare la Via nel tratto verso Fondi, in occasione dei quali fu trovata un’epigrafe divisa a metà che egli trascrive (p. 129). Si riferisce. evidentemente, al pontificato di Benedetto XIII che più volte si recò da Roma a Benevento passando per Terracina (sul pontificato di Benedetto XIII. cfr. PASTOR 1962. p. 487 ss). Altri cenni sui sepolcri dell’Appia in RICCHI 1713, pp. 155-156.
[45] BROSSES 1973. pp. 239-240. lett. XXIX (il viaggio è del 1739). Tra i viaggiatori del ‘700 v. anche CAYLUS 1914, p. 194 ss.: trovandosi nel 1715 nei pressi di Terracina. descrive l’Appia «qui. sortant d’un marais impraticable, conduit jusques à la ville. L’on volt des ruines à droite et à gauche (…)». Sull’argomento cfr. STERPOS 1966. p. 194 ss., p. 246 ss.
[46] Presso l’Accademia di S. Luca è conservata una, raccolta in quattro volumi (peraltro incompleta) dei disegni del Labruzzi: LABRUZZI 1789, tavv. 31-44. (per la Via ed i suoi monumenti a Terracina). I sepolcri rappresentati e tuttora visibili sono i nn. 1. 4. 5, 22. 27: il Labruzzi disegnò, inoltre, l’Arco di S. Caterina (tav. 35), forse costruito su un monumento funerario: cfr. LA BLANCHÈRE 1881a. pp. 37 e 41. In riferimento a questa costruzione, nel 1791 «I Zelanti della Città di Terracina (…) divotamente espongono, che un certo Salvatore Marconi (…) si è fatto lecito demolire un pezzo di monumento antico rispettabile, (..) [posto] sul Marciapiede dell’antica Strada Appia [il quale] serviva per rifugio dei Cittadini, e Viandanti per ripararsi in caso di pioggia. e rifrescarsi dal calore in tempo di estate. In esso monumento si scorgeva una impostatura di un magnifico Arco formata di grossissimi macigni (…) »: ASR, Camerale II, b. 11. fase. 266. Per il viaggio del 1789, cfr. HOARE 1819, p. 100 ss.
[47] Per i disegni del Labruzzi, dal fanum Feroniae alla Torre dell’Epitaffio. cfr. ASHBY 1903, p. 406 ss.. 14”-28″: LUGLI 1961. p. 225 ss.: LUGLI 1967. tavv. 15 (l’Autore nota. a proposito del sepolcro n. I qui raffigurato, un recinto quadrato: di esso, oggi. non resta traccia alcuna) – 18.
[48] Pubblicata anche in APOLLONJ GHETTI 1982, tav. 130. Un altro sepolcro, di difficile identificazione, è poi rappresentato in UGGERI 1817. tav. XXVII: «Pian. et Elevation d’un Tombeau à Teracine».
[49] Cfr. supra. p. 23 nota n. 26. In particolare, nell’opera del Nicolaj è contenuto il resoconto completo dell’impresa di Pio VI.
[50] NICOLAJ 1800. p. 265. Per poter riattivare il tratto pontino dell’Appia fu però necessario rimuovere il lastricato originario, che fu spezzato e riadoperato per la massicciata della nuova strada (altra breccia si ricavò dalla cava del Pisco Montano: cfr. NICOLAJ 1800, pp. 364-365).
[51] NICOLAJ 1800, p. 245.
[52] Cfr. ad esempio. BAYARD 1802-03. p. 8 ss.: PETIT-RADEL 1815. p. 557 ss.: CASTELLAN 1819. p. 9 ss.: BROCKEDON 1835, p. 189 ss.: FULCHIRON 18432. p. 30 ss.
[53] ROSSINI 1839. tav. 51. con didascalia errata, infatti la costruzione (sepolcro n. 27) viene posta tra Fondi e Mola di Gaeta; cfr. ASHBY 1903, p. 407. Meno probabilmente potrebbe trattarsi dell’edicola situata poco oltre (n. 34).
[54] ROSSINI 1839. tav. 72. Anche in questo caso la didascalia non è esatta. in quanto si riferisce alla «Porta della Città di Benevento»: cfr. ASHBY. 1903, p. 407.
[55] Cfr. BROCCOLI 1975. p. 25. fig. 6.
[56] ROSSINI 1839. tav. 48; anche in APOLLONJ GHETTI 1982, tav. 132.
[57] ASR, Camerlengato. p. II. tit. IV. AA.BB.AA., b. 229, fasc. 2163 (anno 1834). Da notare, inoltre, che qualche anno dopo, nel 1839, effettuati alcuni tasti a Barchi, si rinvenne parte del lastricato della Via che si pensò di riutilizzare per «restaurare » le strade cittadine, e la «pubblica piazza». ASR. Camerlengato. p. IL tit. IV, AA.BB.AA.. b. 270. fase. 2913.
[58] MATRANGA 1853, p. 139; v. supra. p. 23. nota n. 23.
[59] CAPPONI 1878a: v. inoltre CAPPONI 1878b: CAPPONI 1878-79.
[60] CAPPONI 1878b, p. 347.
[61] BORSARI 1891.
[62] ACS. MPI, AA.BB.AA.. Allegati. b. 7. Ora in DE ROSSI, 1987, p. 25 ss.
[63] Per l’elenco dettagliato e per il carteggio relativo ai lavori che permisero queste scoperte. v. ACS, MPI, AA.BB.AA., II Vers., I a, b. 259, fasc. 4499.
[64] BORSARI 1892, p. 55.
[65] Cfr. LIBERATI 1892. Per il ritrovamento dell’epigrafe di M. Cocceius Apollonius a seguito di «lavori per sistemazione della strada di accesso alla stazione ferroviaria»; BORSARI 1900, a proposito di un’iscrizione dall’Autore ritenuta sepolcrale, trovata «a circa m. 100 dalla Porta Romana» (sulla stessa cfr. BROCCOLI 1982, pp. 67-68. n. 84). Altre segnalazioni, per la zona di S. Benedetto. in VAGLIERI 1907.
[66] Gli scavi furono effettuati durante i lavori « per la nuova conduttura (…) dalla località detta Mola della Torre (…) fino al serbatoio (…) sulla pendice occidentale di Monte s. Angelo »: MARCHETTI 1894.
[67] SOGLIANO 1899.
[68] NARDINI 1911. pp. 346-347: v., inoltre. GHISLANZONI 1911. p. 104.
[69] ACS, MPI, AA.BB.AA., IV Vers.. Div. I (1908-1924), b. 308. La notizia del ritrovamento è in una lettera del 1″ luglio 1911 spedita dall’Ispettore Generale della Regia Questura di Roma al Ministro della P. I. In un’altra lettera del 10 luglio dello stesso anno, inviata dal Direttore del Museo Nazionale Romano al Ministro della P.I., si fa ancora menzione dell’olla cineraria. Altre notizie, questa volta relative ad una tomba, sono da segnalare in ACS, MPI, AA.BB.AA.. III Vers., (1898-1907): data l’attuale inagibilità del fondo, in fase di sistemazione. non è possibile però precisare neanche l’esatta ubicazione del sepolcro.
[70] Molte sono dovute al fotografo locale F. Mazzia (cfr. ad es. CAPUTO-ROMERO 1931 – II ed. pp. 120 e 263) ed ormai hanno acquistato valore di testimonianza «storica» dati i molti mutamenti che la Via ha dovuto subire e le nuove costruzioni che. un po’ dovunque, le si sono affiancate. Altre immagini di sepolcri in ROSSI 1912, pp. 58, 80 (cd. « tomba di Galba ». posta sulla strada per Napoli). 81. 111.
[71] Per la distruzione di un tratto di basolato nella Valle nel 1932, a seguito di lavori per la messa in opera dell’acquedotto del Fico da parte del Comune di Terracina, v. ACS. MPI. AA.BB.AA., IV Vera, Div. II, b. 29.
[72] Verso la fine degli anni Cinquanta. i lavori relativi alla costruzione della Via Panoramica hanno permesso di portare alla luce resti piuttosto consistenti di monumenti: v. infra, p. 51 ss. In questi ultimi anni è da rilevare, altresì, «un rinnovato interesse per lo studio del materiale ansurate e per Terracina in particolare»: LONGO 1983-84. p. 316 e nota n. 5: per iscrizioni funerarie recentemente rinvenute, v. p. 321 ss.

Terracina Rialzati

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