L’Appia Antica a Terracina da Feronia all’Epitaffio (parte terza): il percorso urbano dell’Appia traianea
Posted on 02. May, 2010 by Terracina Rialzati in Arte e Cultura, La Città, Patrimonio artistico, Storia
Questa domenica, puntata conclusiva sull’Appia e il suo percorso all’interno della nostra città. Non è stato facile dar conto dei XXIII secoli di storia ma alla fine pensiamo (con molta umiltà) di aver realizzato complessivamente un documentario interessante, uno strumento utile, per poter capire nozioni basilari sul tracciato e sui monumenti della “regina viarum”.
La puntata analizzerà il tracciato della strada nella parte bassa della città con una rapida ricognizione sui monumenti che si affacciano ai suoi lati. Con soddisfazione abbiamo documentato la continuità storica dell’utilizzo del percorso e dei resti storici pertinenti, come le ”tabernae” del Foro Severiano in Piazza Fontana Vecchia: edifici destinati al commercio e al ristoro un tempo, ancora oggi conservati in locali che adempiono gli stessi servizi (non so voi, ma fare colazione, degustare un aperitivo o un piatto cucinato dietro un muro in opera reticolata in una “sostruzione” ben conservata, come si faceva più di 2000 anni fa, ci emoziona…).
Colpisce, come sempre, la scarsa consapevolezza generale del valore del monumento più grande della nostra città, in alcuni tratti ancora ben conservato, colpa di una un’informazione ufficiale (totem, targhe didascaliche, cartellonistica ecc.) totalmente assente, come se nulla fosse conservato sotto le nostre strade o sotto i palazzi del centro storico basso; in particolare, perché determinante per comprendere lo sviluppo urbanistico dell’Appia traianea, il Foro Severiano, la piazza romana identica a quella del Foro Emiliano, sulla città alta, (ma qualche metro più stretta), perfettamente conservata sotto due palazzi di Via Roma (vi racconteremo presto anche di questo tesoro, probabilmente il più affascinante reperto nascosto di Terracina). Ringraziamo la sensibilità di alcuni privati che si sono resi disponibili per la realizzazione del video, mentre condanniamo aspramente l’ignoranza di altri che, per vicissitudini varie con la Soprintendenza, hanno manifestato una certa diffidenza nei nostri confronti. Buona visione e buona lettura* a tutti.

Il percorso compiuto all’interno di Terracina dall’Appia inferiore, o traianea, è in gran parte noto.1 Essa doveva infatti separarsi dalla via repubblicana prima che questa iniziasse a salire verso la città alta, quindi nel punto oggi corrispondente a Piazza Quattro Lampioni. La strada doveva poi aggirare le pendici occidentali del colle — con un percorso attualmente ripreso quasi per intero da Via dei Volsci2 — e continuare pressoché parallela all’odierna Via Roma. Dopo avere raggiunto il «Foro Severiano», proseguiva in linea retta verso oriente, sempre tenendosi ai piedi del Monte S. Angelo, fino a compiere una curva davanti alle «Terme Nettunie», allo scopo di evitare il mare allora più vicino. Infine, superato il Pisco Montano, si ricongiungeva con il tratto repubblicano nei pressi del Lago di Fondi.3
All’inizio del V sec. d.C. una parte della via fu compresa nelle nuove mura che, ampliando la vecchia cinta in opera poligonale, si estesero anche alla zona bassa della città.4 La strada venne allora sbarrata con due porte, una ad Ovest e l’altra ad Est.5 Alcune vedute di Terracina, eseguite fra il XVII ed il XVIII sec., mostrano appunto come dovessero presentarsi le fortificazioni con le porte d’accesso all’abitato.6 E’ comunque certo che già in quel periodo questo tratto dell’Appia non doveva essere più impiegato, forse perché occultato da un interro. In una mappa del ‘600 si nota infatti che la strada, dopo avere lasciato il tratto repubblicano ed avere seguito il percorso di Via dei Volsci, passa dapprima all’esterno della cinta muraria e successivamente, con una curva, riprende l’originario percorso ai piedi di Monte S. Angelo.7 La stessa cosa si può osservare in una veduta prospettica di Terracina del sec. XVIII8 e in due piante, disegnate rispettivamente nel 1778 e nel 1781, che raffigurano la città nel periodo immediatamente precedente ai grandi lavori urbanistici di Pio VI.9

Questi documenti comprovano dunque che, ad eccezione del tratto racchiuso nelle mura tardo-antiche, il percorso urbano dell’Appia inferiore deve essersi mantenuto, nelle sue linee generali, pressoché inalterato fino agli ultimi decenni del ‘700. La situazione muta invece con Pio VI quando, con la progettazione del Borgo Pio e la conseguente realizzazione del nuovo reticolo stradale, il percorso originario viene sostituito dal nuovo asse dell’attuale Via Roma, situato più a Sud10 Solo il tratto di Via dei Volsci e quello che va dalle «Terme Nettunie» al Pisco Montano rimangono come prima. Lo stesso dovette avvenire anche per il tratto extraurbano posto sulla scogliera, subito dopo il Pisco. Non si può infatti accettare l’affermazione di La Blanchère che l’Appia imperiale fosse andata distrutta in questo punto in età tarda e ripristinata solo con Pio VI.11 Ciò contrasta in maniera evidente con tutta la documentazione archivistica, bibliografica e monumentale concernente questa parte costiera della via.12

Fra la fine del ‘700 e la metà del secolo successivo avvengono le prime scoperte del basolato della strada romana. Un lungo tratto, antistante le «Terme Nettunie» e tuttora visibile, venne utilizzato come fondazione per un fabbricato realizzato sotto Pio VI (le Case Pellegrini).13 Qualche decennio dopo, sempre per la costruzione di un edificio (Casa Lepri), fu messo in luce un nuovo tratto poco più ad Ovest;14 esso non era però allineato con il primo, ma disposto in senso contrario, evidentemente perché la strada in quel punto doveva effettuare una curva. Un terzo tratto fu scoperto durante la costruzione della chiesa del SS. Salvatore (1830-1846), nello scavo per le fondazioni del transetto.15 Un’altra porzione della strada fu infine rinvenuta nel 1852, al di sotto della porta orientale delle mura tardo-antiche.16
Tutte queste scoperte compaiono in una pianta inedita di Terracina, conservata nell’Archivio di Stato di Latina.17 Alla pianta, eseguita con il preciso intento di evidenziare le emergenze archeologiche e, in particolare, il percorso dell’Appia, è allegata una relazione datata 30 giugno 1854, nella quale vengono descritte le modalità di esecuzione e le principali antichità della città.
Circa il percorso traianeo, così si esprime il suo autore, l’ing. Minottini: « A tale strada montuosa [cioè l'Appia superiore] pare che in seguito altra od altre vie fossero sostituite poiché lungo la corriera attuale che dal Borgo della Marina va verso la Torre del Pesce si rinvengono avanzi di lastrico in selci di figura poligona a simiglianza dell’antica traccia montuosa predetta ». Questi avanzi « sotto la nuova Chiesa della Marina si rinvennero all’epoca della sua fondazione, come si sono rinvenuti sotto la nuova fabbrica Lepri, come si osservano in tutta la lunghezza delle case Pellegrini avanti l’ufficio Postale in direzione del taglio di Pisco Montano, e come poi si rivedono lungo la corriera fuori di Porta Napoletana, ed anche a Torre Gregoriana ad una certa profondità sotto il piano della corriera medesima ».

Di un certo interesse è, infine, quanto dice a proposito dell’interpretazione da dare a questi avanzi: « Che poi tale strada in piano passasse per la parte culminante di Terracina o’ in vicinanza dell’attuale corriera girasse intorno a Terracina per unirsi con quella che dalla Valle predetta si dirigeva a Porta Romana, non saprei precisarlo. Ma dirò 1°. Che nel Giardino Vinditti sotto il muro A di sostruzione della strada di Posterula si rinviene una Porta di Città la cui soglia, in occasione che fu scoperta lasciò vedere in vicinanza la costruzione di vecchia strada circa m. 5 sotto il piano del Giardino, che sarebbe quasi in livello cogl’avanzi sotto la fabbrica di Lepri e sotto le case Pellegrini. 2°. Che si assioma da qualche Cittadino Terracinese che l’antica via seguisse in parte la direzione dell’attuale sentiero detto Strada del Buco [cioè l'odierna Via dei Volsci ] nel qual caso la strada nelle tracce nominate al Borgo della Marina e sotto l’antica Porta predetta avrebbe originato dalla antica della Valle presso l’origine della strada traversa di Porta Romana. (…) 4°. Finalmente che essendosi rinvenuta sotto la nuova fabbrica alla Marina indicata in B del Sig. Comm. Gregorio Antonelli una traccia di antica strada 18 vari hanno opinato che potesse far parte di una correzzione dell’Appia posteriore a quella montuosa ed anteriore a quella del taglio di Pisco Montano quando uno degl’angoli della cinta della città di Terracina era al Ponte del Salvatore onde, dicono, che la via partendosi dalla traversa che conduce a Porta Romana passasse vicino e al di fuori delle antiche mura per raggiungere l’altra dopo l’attuale Porta Napoletana. Altri poi hanno creduto che una simile traccia potesse additare una secondaria via che dalla principale si dirigesse all’antico Porto ».

L’ipotesi, seguita anche da La Blanchère,19 che l’Appia proseguisse in rettilineo dalla porta medioevale alla Casa Lepri fu definitivamente abbandonata quando, nel 1886, si scoprirono i resti del « Foro Severiano » proprio nell’area in cui la strada sarebbe dovuta passare.20 Si ritenne allora che l’Appia traianea dovesse essere identificata nel basolato rinvenuto sul lato meridionale della piazza, in asse con un altro tratto che verrà scoperto alcuni decenni più tardi a ca. 50 m. di distanza.21 Come pensò bene La Blanchère,22 è probabile che questa strada fosse invece la « Via ad Portum », il cui percorso iniziale fu ripreso in età imperiale dall’Appia inferiore.23

Quest’ultima scoperta contribuì in effetti a rendere ancora più complesso il problema della connessione fra l’Appia e il complesso forense. Il Lugli,24 per spiegare i tratti di basolato scoperti alle due estremità della piazza, ritenne che la via « si spezzava nel Foro » compiendo una doppia curva a gomito.25 Questa ipotesi, anche se plausibile,26 non tiene conto però del fatto che la rettifica è stata concepita proprio per rendere il percorso dell’Appia più agevole e spedito: un andamento tortuoso della strada in questo punto, con un dislivello di ca. 3 m. in uno spazio di appena 30 m.,27 sarebbe in realtà alquanto singolare.

In alternativa potrebbero essere avanzate due ipotesi diverse. La prima è che l’Appia, dopo il bivio con la « Via ad Portum », posto presumibilmente davanti alla porta tardo-antica, passasse fra le strutture occidentali del « Foro Severiano » e i terrazzamenti situati fra la città alta e quella bassa,28 correndo quindi alle spalle del complesso forense.29 La seconda ipotesi è che la via, dopo aver delimitato il lato Sud della piazza, con un’ampia curva invertisse la direzione e si raccordasse con il tratto sottostante alla chiesa del Salvatore; si dovrebbe tuttavia ammettere in questo caso che il basolato rinvenuto nei pressi della Salita Annunziata fosse appartenuto ad un’altra strada.

In ognuna delle tre possibili soluzioni sembra comunque che il nuovo percorso dell’Appia si sia adeguato ad una situazione urbanistica preesistente, costituita dal « Foro Severiano » strettamente connesso alla « Via ad Portum ».30 E’ infatti presumibile che, nel caso in cui il tracciato dell’Appia fosse contemporaneo a questa sistemazione della zona commerciale della città, il percorso della via in questo punto sarebbe stato probabilmente più lineare e, in ogni caso, più coerente con l’impianto forense.

E’ del resto noto che la rettifica della strada non costituì un’operazione originale, ma venne eseguita verosimilmente utilizzando tratti viari preesistenti. In particolare, già il Lugli aveva riconosciuto come più antico il percorso oggi in parte ricalcato da Via dei Volsci.31 La sua funzione originaria è abbastanza chiara: esso doveva formare il collegamento diretto fra la zona agricola della « Valle » ed il porto, passando per il « Foro Severiano ».32 Un altro tratto probabilmente precedente alla rettifica è quello che corre ai piedi del Monte S. Angelo ed arriva oltre il Pisco Montano. E’ possibile infatti che un passaggio fra Terracina e la zona del Lago di Fondi, produttrice del famoso Caecubus, esistesse già dai primi decenni del II sec. a. C., presumibilmente in forma di argine addossato alla roccia del Pisco.33 Se questo corrisponde al vero, si dovrebbe di conseguenza ammettere che esistesse anche una strada costiera che, sfruttando questo passaggio a mare, collegasse la città alle aree agricole e residenziali fra il Lago di Fondi e Sperlonga.34

Quando si decise di far passare l’Appia a valle, si pensò dunque di raccordare ed utilizzare questa viabilità precedente, il cui ruolo era stato fino ad allora connesso all’economia locale. Si può quindi ritenere che lo sviluppo urbanistico avuto da Terracina in età imperiale sia stato dovuto solo in parte alla rettifica della strada, dal momento che gli assi viari preesistenti avrebbero probabilmente implicato di per sé un ampliamento della città. La loro stessa esistenza era stata infatti determinata dal porto che, grazie alle attività commerciali che ad esso facevano capo, appare come il vero motore propulsore della trasformazione edilizia di Terracina.35 La deviazione dell’Appia, inserendosi in un contesto viario sorto già da tempo, dovrebbe avere di conseguenza accelerato semplicemente un processo evolutivo avviato qualche secolo prima, come dimostrano non solo i numerosi edifici di età repubblicana ed augustea presenti nella zona bassa della città,36 ma — in particolare — il complesso del « Foro Severiano », punto focale dello sviluppo dei nuovi quartieri fra il I sec. a. C. e il I sec. d. C.

Strettamente connessi all’Appia in quanto tale sembrano invece alcuni edifici, databili fra il I ed il II sec. d. C., la cui monumentalità pare in funzione del nuovo importante ruolo assunto dall’originaria viabilità locale. E’ questo il caso delle « Terme Nettunie »37 e della grande costruzione porticata adiacente al Pisco Montano.38 Pure notevole doveva essere un altro edificio antistante al tratto compreso all’interno delle mura tardo-antiche, recentemente scoperto nei pressi della Posta.39 Queste costruzioni, pubbliche o private che siano, pur inserendosi nel grande rinnovamento edilizio della parte bassa di Terracina, fanno evidentemente parte — insieme a complessi architettonici quali il porto o le « Terme alla Marina » — di quella « facies » monumentale acquisita dai nuovi quartieri attraversati dalla regina viarum.

L’aspetto più oscuro della rettifica dell’Appia rimane certamente la sua cronologia. E’ noto, infatti, che la tradizionale datazione in età traianea non può essere confermata da alcun dato letterario o epigrafico.40 Anche i dati archeologici, offerti dalle tecniche edilizie usate negli edifici situati in prossimità della strada, sono in questo caso di scarso aiuto, dal momento che — come è stato appena detto — lo sviluppo urbanistico della zona a mare deve essere iniziato prima del taglio del Pisco.
Non è sicuramente questa la sede idonea per dirimere la questione, anche perché gli elementi in nostro possesso sono obiettivamente pochi. E’ comunque possibile fare ugualmente alcune considerazioni.

L’esistenza, a Terracina, di attività legate al nome di Traiano è dimostrata da due reperti, conservati nel Museo Archeologico Comunale, non riferibili, tuttavia, alla variante costiera dell’Appia. Il primo, una base marmorea scoperta nel Foro Emiliano, ricorda probabilmente un’institutio alimentaria;41 il secondo, un’epigrafe rinvenuta nei pressi del porto romano, riporta solo che l’imperatore, nel 109 d. C., « sua pecunia fecit », senza specificare meglio di cosa dovesse trattarsi.42 Esiste in effetti anche un terzo reperto, al quale è sempre stata attribuita notevole importanza da parte della bibliografia locale: è il famoso rilievo marmoreo con la rappresentazione di un personaggio di alto rango che presiede alcuni lavori, interpretata dai più come Traiano che dirige la costruzione del porto di Terracina ed il taglio di Pisco Montano.43 Occorre comunque precisare che questo frammento, oltre ad offrire obiettive difficoltà di lettura e di interpretazione, presenta anche alcuni caratteri stilistici e formali che hanno fatto avanzare l’ipotesi che si tratti in realtà di un falso:44 in attesa di uno studio dettagliato ed esauriente, sarà dunque opportuno valutare il reperto con cautela e senso critico.45
In assenza di concrete testimonianze locali, sarà quindi necessario considerare la documentazione relativa all’Appia in generale. E qui, anche se continuano a mancare prove sicure in favore di Traiano, sembra che tutti gli indizi di cui disponiamo riconducano a lui.
Come è stato più volte ricordato, Traiano è in effetti l’unico imperatore che, durante i primi due secoli della nostra era, abbia legato il suo nome ad un restauro della via nella zona di Terracina. Alcuni miliari parlano infatti di un rifacimento dell’Appia lungo il Decennovium, il tratto di 19 miglia compreso fra Forum Appi e Terracina.46 I lavori, iniziati da Nerva, consistettero nella lastricatura dell’intero percorso, dapprima coperto solo con ghiaia; dovettero inoltre essere costruiti o restaurati anche alcuni ponti.47

E’ dunque ragionevole supporre che il taglio del Pisco Montano e la conseguente rettifica dell’Appia fossero operazioni legate al grande progetto di rinnovamento della strada avviato da Nerva e completato dal suo successore. Sarebbe d’altronde piuttosto anomala una successione contraria degli eventi: lo sforzo economico e tecnico compiuto per il passaggio dell’Appia a mare è infatti difficilmente giustificabile senza la serie di lavori a Nord di Terracina, tesi al consolidamento e all’ammodernamento della vecchia strada repubblicana. Un intervento del genere potrebbe essersi avuto nel caso in cui il taglio del Pisco fosse il risultato di un’operazione circoscritta a Terracina e quindi avulsa dal contesto generale della viabilità in Italia. La grandiosità dell’opera, decisamente superflua se concepita solamente in funzione del traffico locale, rende tuttavia questa ipotesi poco attendibile.48
Per lo stesso motivo risulta poco convincente anche il tentativo di stabilire una correlazione fra la rettifica dell’Appia e la monumentalizzazione del « Foro Severiano », avvenuta presumibilmente in età augustea.49 Oltre a quanto è stato già detto circa l’evidente forzatura della strada in questa zona, occorre rilevare che l’esistenza di un foro commerciale nella parte bassa della città sin dall’inizio dell’epoca imperiale — o anche da prima — non implica necessariamente, come causa determinante, la deviazione dell’Appia. Il « Foro Severiano » deve essere infatti inteso come un intervento urbanistico di carattere ed interesse prettamente locali, una piazza, dunque, nella quale confluissero le varie strade provenienti dal porto e dalle zone agricole circostanti alla città. Far derivare il taglio del Pisco Montano da un piano concepito a Terracina, e ideato unicamente per la sua economia, è un’ipotesi che, tutto sommato, potrà essere accolta solo in presenza di indizi precisi.
I lavori di rettifica dell’Appia sembrano invece inseriti in un ben preciso programma teso allo sviluppo delle comunicazioni fra Roma e il Sud. E a questo punto torna di nuovo la figura di Traiano. Non bisogna infatti dimenticare che fu lui, nel 109 d. C., a rettificare il percorso della via fra Benevento e Brindisi, probabilmente ampliando il sistema stradale di quella zona.50 E non è neppure da trascurare il fatto che proprio sotto Traiano la città di Brindisi, punto terminale dell’Appia a Sud e quindi porto di notevole importanza per i commerci con l’Oriente, veda accrescere la sua importanza grazie ai nuovi traffici con la Dacia, ricca regione appena conquistata da questo imperatore.51
Esiste quindi un ben preciso rapporto fra Traiano e la Via Appia e in questo contesto appare più che plausibile attribuire ad un suo intervento la deviazione della strada a Terracina, in concomitanza con la ricostruzione del porto, che non a torto viene generalmente connessa al taglio di Pisco Montano.52 E dal momento che la rettifica della via, voluta per esigenze di viabilità generale, ha di fatto comportato per questa città conseguenze rilevanti dal punto di vista urbanistico ed economico, è pure possibile che essa rientrasse nell’altro programma traianeo, il potenziamento, cioè, delle basi commerciali di Roma mediante la costruzione o il rifacimento di grandi porti quali Ancona, Civitavecchia, Ostia e — appunto — Terracina.
Rosario Malizia
Note
[*]Il percorso urbano dell’Appia traianea, è tratto da AA.VV. La Via Appia a Terracina. La strada romana e i suoi monumenti, Studi in occasione del 23° centenario dell’Appia, Casamari 1988. ⇑
[1] ⇑ Per il presente studio è stato necessario verificare quanto rilevato in. LUGLI 1926, passim, effettuando i relativi aggiornamenti dove occorreva. Desidero ringraziare a questo proposito il dott. Pietro Longo, per la disponibilità mostrata nelle ricerche bibliografiche e d’archivio e per l’attiva collaborazione nella ricognizione del tracciato viario. Un ringraziamento va anche a quanti hanno facilitato il lavoro, consentendo l’accesso alle proprietà o fornendo informazioni inedite su strutture antiche.
[2] ⇑ Lo provano due muri antichi, tuttora esistenti, che delimitano la strada: cfr. LUGLI 1926, c. 70, n. 7 e c. 74, n. 10. Davanti al primo, lungo ca. m. 14,60 e con paramento in rozza opera incerta conservato solo parzialmente, sono visibili da due a cinque tracce circolari appena affioranti dal terreno, identificabili come colonne in laterizio del diam. di cm. 49. Poste a m. 1,88 l’una dall’altra, esse corrono in senso parallelo al muro, da cui distano m. 9,60.
[3] ⇑ Il tratto extraurbano dell’Appia inferiore, visibile in più punti all’epoca del Lugli, risulta oggi pressoché scomparso in parte perché ricoperto da interri ed in parte in conseguenza delle selvagge distruzioni a cui è andato soggetto il basolato antico dal dopoguerra in poi.
[4] ⇑ In LUGLI 1926, cc. XXV e 64, queste mura vengono collocate nei secc. X-XI. Nei recenti studi di N. Christie e A. Rushworth e di G. Ortolani è invece plausibilmente proposta una cronologia ai primi decenni del V sec. d.C.
[5] ⇑ LUGLI 1926, cc. 63-64. Di quella orientale, conservata pressoché integra, si parlerà più avanti. Dell’altra, inglobata nel Palazzo Cardinali (ex Granai della R.C.A.), sono attualmente visibili solo tre filari di blocchi di pietra, divisi in due settori distanti m. 3,60 ca., probabilmente identificabili con le due torri poste ai lati della porta (cfr. LUGLI 1926, cc. 74-75, n. 14). Occorre infine precisare che non è più reperibile la cornice con dentello e gocciolatoio che il Lugli dice di aver visto nella parte alta dell’ex mattatoio (oggi trasformato in bottega di falegname), adiacente alla torre settentrionale. E’ probabile che essa. sia andata distrutta durante il bombardamento subito dall’edificio nell’ultimo conflitto.
[6] ⇑ Alcune di esse appaiono in APOLLONJ GHETTI 1982, tavv. 25-29.
[7] ⇑ BAV, cod. Barb. Lat. 9898-6. V. anche LUGLI 1926, tav. II, e STERPOS 1966, p. 59.
[8] ⇑ ASR, Disegni e Mappe, Coll. I, cart. 116, n. 23.
[9] ⇑ Sono pubblicate in LUGLI 1926, tavv. III-IV.
[10] ⇑ La modifica si nota bene nella pianta del 1781, che mostra la vecchia viabilità e — in sovrapposizione — il progetto del Borgo Pio.
[11] ⇑ LA BLANCHÈRE 1884, p. 142.
[12] ⇑ Oltre ai disegni sopra citati, che riportano chiaramente questo tratto della strada senza interruzione, esistono anche le relazioni dei viaggiatori che durante i secoli hanno percorso l’Appia fra Terracina e Fondi passando per il Pisco Montano (per l’argomento v. STERPOS 1966, passim). Non bisogna infine dimenticare che quest’ultimo era stato trasformato in roccaforte già nel Medioevo, allo scopo di controllare la strettoia fra la via ed il mare: cfr. APOLLONJ GHETTI 1982, p. 147 ss.
[13] ⇑ LUGLI 1926. c. 113. n. 68. Una bella immagine di questo edificio, distrutto durante l’ultima guerra, appare in ROSSINI 1839, tav. 41 (cfr. anche APOLLONJ GHETTI 1982, tav. 117). Il tratto di basolato, conservato all’interno della proprietà Salvini, è attualmente largo m. 3 ca. e lungo poco più di 60 m.
[14] ⇑ Cfr. LA BLANCHÈRE 1884, tav. II, e p. 105.
[15] ⇑ LUGLI 1926, cc. 105-106, n. 62.
[16] ⇑ La scoperta fu pubblicata in MATRANGA 1852, p. 37, nota 70, p. 156 ss., tav. XI; v. anche LA BLANCHÈRE 1884, p. 167, nota 2, e LUGLI 1926, cc. 63-64. Oggi il basolato non è più visibile perché la porta risulta interrata per circa la metà. Essa è larga, comprendendo i piedritti, m. 5,50; la luce è invece di m. 3,20.
[17] ⇑ ASL, ACP, cart. n. 9. La pianta, a colori, è divisa in più fogli, dei quali uno, in scala 1:1000, rappresenta la città alta; gli altri, in scala 1:2000, il quartiere della Marina e la zona alle spalle di Terracina attraversata dall’Appia.
[18] ⇑ Cfr. LA BLANCHÈRE 1884, tav. II, n. 34.
[19] ⇑ LA BLANCHÈRE 1884, tav. II, con errata indicazione sia delle mura tardo-antiche che del tracciato della strada romana. Cfr. anche CANINA 1856, tav. CXCVII.
[20] ⇑ LOMBARDINI 1886; LUGLI 1926, cc. 103-105, n. 60.
[21] ⇑ LUGLI 1926, c. 105, n. 61.
[22] ⇑ LA BLANCHÈRE 1887, p. 416.
[24] ⇑ LUGLI 1926, c. 97, n. 48.
[25] ⇑ LUGLI 1926, c. 133, n. 74, e carta n. 3.
[26] ⇑ Si pensi al percorso dell’Appia superiore nella città alta. Occorre comunque precisare che la doppia curva effettuata dall’Appia poco prima del Capitolium è stata rilevata dal Lugli (LUGLI 1926, carta n. 3) in base alla relazione di uno scavo del 1894 (MARCHETTI 1894, p. 251, n. 9). La Blanchère riteneva invece che la strada avesse un percorso rettilineo, dal momento che «Des pavés de lave. appartenant à celle-ci, se retruovent en piace au rez-dechaussée des maisons situées sur son axe» (LA BLANCHÈRE 1884, p. 213: cfr. tav. Va, «F » e tav. lI). Di notevole interesse é quanto viene detto al riguardo nel documento inedito del 1854 citato nella nota 17: « (…) Che partendosi dall’attuale Porta Romana, e andando fino al Palazzo della Bonificazione per entro Terracina si rinvengono varie tracce di strada di antica costruzione e simile all’Appia come lungo l’attuale via Mattonata [odierno Corso A. Garibaldi], sotto il piano del Caffè detto del Grottino [corrispondente alla macelleria situata all'angolo del Corso], sotto l’arco dell’antica Canonico [Palazzo Venditti], sotto il Palazzo Comunale [scoperta solo dopo l'ultima guerra] e finalmente sotto le case Diamanti in prossimità del Palazzo della Bonificazione ». Il basolato scoperto sotto « il Caffè detto del Grottino », segnato anche nella tavola Va del La Bianchère, potrebbe indicare un diverso andamento dell’Appia fra il tratto antistante al Capitolium e quello ripreso da Corso A. Garibaldi. In questo caso, tuttavia, rimarrebbe aperto il problema dell’interpretazione di quanto riportato nel 1894.
[27] ⇑ In base ai calcoli eseguiti facendo riferimento alle attuali quote s.l.m., in origine era pressappoco questa la differenza di livello fra il «Foro Severiano» e il tratto di basolato scoperto nel 1925. La strada doveva trovarsi più in alto rispetto alla piazza poiché correva in parte lungo le pendici del colle di Terracina.
[28] ⇑ LUGLI 1926, c. 103, n. 59. Questi terrazzamenti, probabilmente a scopo abitativo, sono segnati solo in parte nella carta archeologica pubblicata nella Forma Italiae. Essi occupavano l’area posta fra Via Roma e la Salita Annunziata.
[29] ⇑ In questo caso il dislivello di ca. 3 m. poteva essere superato in uno spazio di 100-150 m., più che sufficiente per compensare la salita.
[30] ⇑ Il rapporto fra il foro e la « Via ad Portum» è dimostrato, oltre che dall’orientamento della piazza, anche dalla posizione dell’iscrizione incisa sul lastricato, rivolta verso questa strada.
[31] ⇑ LUGLI 1926, cc. 3 e 57. Da questo tratto si separavano almeno tre strade parallele e distanti ca. 2 actus (70 m.) l’una dall’altra. La prima e la terza, collegate all’Appia superiore, sono attualmente riprese da Via dei Campani e Via dei Sanniti (cfr. LUGLI 1926, carta n .3). Il basolato di quella mediana, connesso ad una serie di ambienti in reticolato posti nelle vicinanze, è invece stato scoperto di recente durante i lavori di ampliamento della Scuola Media «Monti» (cfr. CONTICELLO 1976, II ed., tav. D).
[32] ⇑ Il percorso della «Via ad Portum» sembra essersi mantenuto pressoché inalterato fino agli interventi urbanistici di Pio VI, come dimostrano le piante citate nella nota 8.
[33] ⇑ Per l’argomento v. LAFON 1979, in particolare p. 414 ss.; RADKE 1981, p. 164; MALIZIA 1986a, pp. 39-41. Ritengo poco probabile l’ipotesi, espressa in LUGLI 1926, c. 210, che la moles ricordata da Livio (XXXIX. 44. 6:; XL, 51, 2) fosse costituita dalla massa di terra e sassi posta fra il Pisco Montano e Monte S. Angelo, scavata o in parte abbattuta nel II sec. a. C. per il passaggio della via. Il termine moles, significando letteralmente «massicciata», « diga», presuppone invece un lavoro edilizio, come viene del resto suggerito anche dall’uso del verbo facere da parte di Livio.
[34] ⇑ Oltre a LAFON 1979, v. anche BROISE-LAFON 1980; LAFON 1981; EGIDI 1985. Lafon è molto cauto su questo punto, tanto da non escludere che potesse esistere anche una strada senza sbocco fra la piana di Fondi e il Pisco Montano (LAFON 1979, p. 415, nota 72). Un’ulteriore conferma all’esistenza di un passaggio verrebbe invece offerta dal relitto della Madrague (Tolone), con un carico di anfore prodotte nell’officina terracinese di P. Veveius Papus, localizzata a Sud-Ovest del Lago di Fondi (cfr. HESNARD 1977 e HESNARD-LEMOINE 1981). Considerate le dimensioni della nave romana (ca. 40 m. di lungh. x 9 di largh : v. TCHERNIA-POMEY-HESNARD 1978), è infatti probabile che queste anfore, contenenti il Caecubus e databili intono alla metà del I sec. a. C., siano state caricate nel vicino porto di Terracina, raggiungibile per via terra dalla fornace di produzione (cfr. COARELLI 1982, p. 341; COARELLI 1987, p. 131). Circa le anfore rinvenute nella zona del Lago di Fondi, occorre precisare che recentemente è stata data un’interpretazione completamente diversa dei dati disponibili. In base alla loro disposizione nel terreno, è stata infatti avanzata l’ipotesi che le anfore fossero usate per lavori di bonifica a scopo agricolo: v. QUILICI GIGLI 1987, p. 158 ss.
[35] ⇑ Che il porto di Terracina esistesse anche in periodo repubblicano è confermato, oltre che dalle fonti letterarie, anche da testimonianze archeologiche: cfr. LA BLANCHÈRE 1881b; LUGLI 1926, c. 126 ss.; CONTICELLO 1976, II ed., pp. 54-55; APOLLONJ GHETTI 1982, p. 31 ss.
[36] ⇑Cfr. LUGLI 1926, c. 125 ss. La presenza di queste strutture in prossimità dell’Appia inferiore non può essere quindi interpretata come un termine post quem per la datazione della strada, come viene invece proposto da P. Longo nel suo studio sul «Foro Severiano » (v. infra, p. 103): l’esistenza di edifici in opera incerta e reticolata nel quartiere della Marina, infatti, può indicare soltanto che questa zona della città ha iniziato a svilupparsi sin dall’età repubblicana. Un problema a parte è quello relativo all’urbanistica della Terracina bassa in epoca romana. Da quanto appare nelle piante archeologiche di La Blanchère e Lugli, sembra che le strade avessero un andamento prevalentemente Nord-Sud, coerente con l’orientamento di parte delle strutture antiche. Solo uno studio approfondito potrà comunque chiarire quando e come sia stato creato un regolare reticolo stradale e quale fosse il suo rapporto con l’Appia inferiore.
[37] ⇑ Oltre a MALIZIA 1986a, v. anche l’altro mio studio in questo stesso volume.
[38] ⇑ GHISLANZONI 1911; LUGLI 1926, cc. 113-114, n. 69. La documentazione dello scavo è conservata in ACS, MPI, AA.BB.AA., IV Vers., Div. I (1908-1924), b. 656. Il portico è stato attribuito ad un magazzino connesso al porto. E’ il caso però di chiarire che questa identificazione è del tutto ipotetica, dal momento che l’indagine è stata effettuata solo su una piccola parte dell’edificio, che risulta ancora interrato.
[39] ⇑ Attraverso un moderno pozzo in muratura se ne vede attualmente solo un modesto avanzo, a ca. 2 m. di profondità. Si tratta probabilmente del piedritto di un portale d’ingresso in pietra, con semicolonna ricavata nei blocchi (lungh. m. l,17, h. m. 2). A destra compare un muro in laterizio. Altre strutture antiche devono essere state scoperte durante l’edificazione dell’Ufficio Postale, almeno a giudicare dai numerosi frammenti architettonici che si notano attorno all’edificio.
[40] ⇑ Recentemente è stata avanzata l’ipotesi che il taglio di Pisco Montano sia collocabile fra l’età triumvirale e quella augustea in base ai caratteri paleografici delle lettere scolpite sulla parete rocciosa (COARELLI 1987, p. 132). Quest’ipotesi, tuttavia, difficilmente potrà essere accettata non tanto per la datazione proposta, quanto soprattutto per i criteri metodologici seguiti. E’ risaputo, infatti, che un documento epigrafico può essere datato con precisione solo in pochissimi casi ben circoscritti, nei quali non rientra sicuramente il Pisco Montano (v. ad es. DI STEFANO MANZELLA 1987, pp. 227-228). Le sue cifre, eleganti ed accurate, possono soltanto ricondurci ad un periodo compreso fra l’età augustea e quella degli Antonini. Di più, in termini scientifici, non è possibile davvero dire. Sempre a proposito del Pisco Montano, intendo rendere nota in questa sede un’importante scoperta di P. Longo, che verrà pubblicata prossimamente negli «Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia». Su un tratto di parete posto subito dopo il grande taglio esiste un’altra serie di cifre, ugualmente inserite all’interno di cartigli. Queste nuove lettere, però, appaiono alquanto più rozze delle precedenti, forse perché dovevano risultare poco visibili dalla strada.
[41] ⇑ ECK 1980; BROCCOLI 1982, pp. 65-66, n. 82, tav. XXI, fig. 82a-c.
[42] ⇑ BROCCOLI 1982, p. 52, n. 59 (con errata trascrizione), tav. XV, fig. 59 (v. anche infra, p. 109, nota 91).
[43] ⇑ Cfr. LUGLI 1926, c. 128 (con bibl. prec.) e cc. 147-150, n. 11, tav. I.
[44] ⇑ GROSS 1938. E’ il caso di notare che il reperto non venne acquistato dallo Stato proprio perché ritenuto non autentico. Da alcuni documenti d’archivio risulta che fra il 1913 ed il 1914 il Consiglio Superiore per le AA.BB.AA. rifiutò l’acquisto del rilievo per L. 3.000 « considerato che trattasi di opera dovuta ad artista del 500 o 600, forse imitata da un rilievo classico» (ACS, MPI, AA.BB.AA., IV Vers., Div. I (1908-1924), b. 308).
[45] ⇑ Sarebbe utile conoscere i motivi per cui questo rilievo «si data, in base allo stile, ai decenni centrali del I secolo a. C.» (COARELLI 1987, p. 132).
[46] ⇑ Cfr. RADKE 1981, pp. 162-165. Questo Autore, al contrario degli altri, ritiene che il Decennovium iniziasse da Triponzio.
[47] ⇑ Cfr. STERPOS 1966, p. 70.
[48] ⇑ L’ipotesi è espressa in COARELLI 1987, p. 133.
[49] ⇑ V. lo studio di P. Longo sul «Foro Severiano» in questo stesso volume.
[50] ⇑ Per la Via Traiana v. RADKE 1981, p. 152 ss.
[51] ⇑ Sulle guerre daciche v. STROBEL 1984.
[52] ⇑ Cfr., oltre alla bibliografia su Terracina, anche PARIBENI 1926-1927, pp. 116-117 e 121 ss.; BLAKE 1973, pp. 292-293 e p. 281.
NOTA DI AGGIORNAMENTO BIBLIOGRAFICO
Dal 1988, anno in cui ho pubblicato questo saggio, sono comparsi diversi studi sugli argomenti affrontati nell’articolo. Per quanto riguarda le stampe su Terracina, alla raccolta edita da F.M. Apollonj Ghetti si è recentemente aggiunto il bel volume di L. Fino L’arrivo nel Regno di Napoli. Stampe, disegni, acquerelli e ricordi di viaggio da Terracina a Gaeta e al Garigliano, Napoli 2006. Sulle Case Pellegrini, si veda il mio studio pubblicato nel 2007 sugli Annali del Lazio Meridionale e comparso qualche mese fa su questo stesso sito. Le scoperte in Via dei Volsci sono state pubblicate da M. Di Mario, Terracina, urbs prona in paludes. Osservazioni sullo sviluppo urbanistico della città antica, Terracina 1994. Sul porto romano di Terracina, si veda da ultimo AA.VV., Aspetti geofisici ed evoluzione ambientale dell’area portuale di Terracina (LT), in L. de Maria — A. Toro (a cura di), Strutture e insediamenti antichi e medievali funzionali alla viabilità commerciale terrestre e marittima, Atti del Convegno di Roma (4 aprile 2008), Roma 2008, p. 159 ss., e S. Barbetta — M Bruno, L’edilizia destinata alla logistica dei trasporti: caratteristiche funzionali, in L. de Maria — A. Toro (a cura di), Atlas. Mercator, Le vie dei mercanti, le città dei mercati nel Mediterraneo, Roma 2008, p. 410 ss. Una posizione critica nei confronti delle ipotesi di F. Coarelli sul taglio di Pisco Montano e la rettifica dell’Appia è stata espressa, oltre che nel mio studio, anche da M. Cancellieri, A proposito di Cn Domitius Calvinus e la colonia triumvirale di Tarracina, in La valle pontina nell’antichità, Atti del Convegno di Cori, Roma 1990, p. 45 ss. Sul “rilievo di Traiano”, oltre a R. Malizia, La vendita dei reperti archeologici: il caso del “rilievo di Traiano”, pubblicato in AA.VV. Antichità e Belle Arti a Terracina. La gestione dei beni culturali fra il 1870 e il 1915 nei documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, Formia 1994, p. 259 ss., si veda anche F. Coarelli, La costruzione del porto di Terracina in un rilievo storico tardo-repubblicano, in Idem, Revixit ars. Arte e ideologia a Roma: dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana, Roma 1996, p. 434 ss.; a conclusioni totalmente diverse da quelle del Coarelli, soprattutto per quanto riguarda l’identificazione del reperto, giunge I. Romeo, Ingenuus leo. L’immagine di Agrippa, Roma 1998, p. 143 ss. Infine, le nuove indagini archeologiche sull’Appia a Terracina sono pubblicate in N. Cassieri — P C Innico, Ritrovamenti lungo la Via Appia da Mesa di Pontinia a Terracina, in “Lazio e Sabina”, 4, 2007, p. 207 ss.
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